30 maggio 2012

COME UN ANGELO - 4

Come un angelo
(…i bancari hanno un’anima?)

4.      Quel simpaticone del signor Gustavo

In campagna le giornate non sono mai noiose, nemmeno in banca. Spesso si entra in confidenza con le persone, al punto di sembrare un po’ tutti amici. Qui la vita ha un ritmo diverso rispetto quello delle città e anche tra clienti, durante la coda per il proprio turno in cassa, ci sono battute che fanno sorridere un po’ tutti.

Il Signor Gustavo, un gran simpaticone, è un uomo di circa quarantacinque anni molto conosciuto nella zona. Alto e ben piantato, abiti sportivi, sobri, spesso con macchie che coprono i marchi famosi e con un atteggiamento alla buona, lo si può tranquillamente scambiare per chiunque tranne che per un facoltoso uomo d’affari. Un tipo di persona abbastanza comune, da queste parti. Abbiente ma senza spocchia, con sufficiente vita alle spalle per avere già una ex-moglie e dei figli grandi, non ancora abbastanza vecchio per non guardarsi attorno in cerca di belle donne. Le battute goliardiche si sprecano, quando lui è in banca, e ogni volta il suo ingresso porta una ventata di allegria che perdura anche dopo la sua uscita.
Non ha mai fatto preferenze tra noi cassieri, come invece succede a volte con altri clienti. Si sa, non tutti si sentono a proprio agio nel sapere che un’altra persona sappia esattamente l’andamento delle proprie finanze, ma per il signor Gustavo questo è l’ultimo dei pensieri.
Lo sento quando si ferma nella cassa di Sandro (la cassa uno, la prima in testa) parlare accorato dell’Inter, della Coppa Campioni, o del Calcio-Mercato oppure quando con Giorgio, il cassiere a fianco a me, si lascia sfuggire sommessamente (ma non abbastanza) descrizioni e particolari sui suoi viaggi su spiagge esotiche, concludendo il racconto comunicando la prossima meta.
Quando si trattiene da me, si trasforma in un vero galantuomo. Mi chiede dei figli e mi parla dei suoi, si informa sulla mia salute o disquisisce sul tempo. Spesso si propone di accompagnarmi al bar, per offrirmi la colazione. Ma io rifiuto sempre, adducendo varie scuse. Non che mi sia antipatico, il signor Gustavo, ma quei dieci minuti di pausa io amo passarli da sola, senza sottostare all’obbligo di fare convenevoli con qualcuno.

Oggi è una giornata difficile: siamo a fine mese e le scadenze innervosiscono un po’ tutti, clienti e impiegati. Per fortuna c’è quel simpaticone del signor Gustavo. Mi aspetto qualcuna delle sue solite battute, ma lo vedo stranamente serio. Si avvicina, si ferma nella mia cassa. Nessun sorriso, però, nessun commento divertente. Mi guardo attorno, un po’ imbarazzata, alla ricerca di un cenno di conforto da parte dei miei colleghi. Ma la giornata è pesante e tutti lavorano alacremente, a testa china.
Concludo in fretta le operazioni, ritiro la ricevuta firmata dal signor Gustavo e gli consegno la sua copia. Lo saluto, incrociando il suo sguardo con un’espressione interrogativa. 
«Beh, Anna… volevo dirle che se non le va la mia compagnia non ha bisogno di trovare scuse. Non credevo di essere una persona così sgradevole, ma non importa. Non la importunerò oltre. Anche se confesso che la cosa mi dispiace.»
Rimango turbata. Non mi aspettavo queste parole come risposta al mio saluto. Mi ha preso alla sprovvista. Mi pare quasi impossibile che la causa del suo malumore odierno sia il mio rifiuto ai suoi inviti, ma a volte dimentico che qui in campagna cose banali assumono invece una gran importanza. Allora, quasi a scusarmi, mi affretto a comunicargli che è l’ora della mia pausa e che volevo proprio chiedergli di accompagnarmi al bar.
La sua reazione non si fa attendere.
«Direttore, mettiamo il cartello chiuso nella cassa di Anna. Oggi questo angelo, il mio angelo biondo, esce a fare colazione con me! Non voglio sentire lamentele se tarderà qualche minuto, eh?» e poi una fragorosa risata.
«Faccia pure signor Gustavo. Ma non ci privi della nostra cassiera per troppo tempo, mi raccomando!» risponde il direttore preso alla sprovvista.
Comincia a nascermi il sospetto di essere caduta nella tela di ragno. Un cambio di umore così repentino è degno certamente di un grande attore e questa storia dell’angelo, così sottolineata, comincia a infastidirmi.
Entriamo al bar, lui avanti a me, io leggermente titubante. Piero ci guarda sgranando gli occhi.
«Allora ce l’ha fatta. Non credevo davvero.»
Guardo Piero, il barista, con occhi cattivi. Ma come? Anche lui è dentro a questo gioco? Per chi mi hanno preso? La rabbia inizia a salire a colorarmi il viso.
Il signor Gustavo mi prende sotto braccio e mi indica un tavolino dove sederci. Io fingo di non capire, lasciando scivolare la presa e senza attendere altro tempo ordino a Piero il solito, fermamente decisa a rimanere lì, in piedi davanti al bancone del bar.
«Sono felice tu abbia accettato il mio invito…» ma come? Adesso il signor Gustavo mi dà del tu? da quando ne ha avuto il permesso?
«…Sei una bella donna, e lo sai. Anche se vuoi mascherare il tuo corpo dentro a questi vestiti sempre neri, non ti rendi conto che invece essi esaltano le tue curve e i colori del tuo volto dando una cornice perfetta al tuo splendido sorriso…». Rimango a bocca aperta: pure poeta il signor Gustavo? Mannaggia… che altro devo aspettarmi ora?
«… so che non sei qui del paese, quindi non ci saranno difficoltà a coprire le chiacchiere…». Il mio sguardo è sempre più incredulo. Non capisco di che sta parlando. Le chiacchiere su cosa?
«…la mia cammariére è a pochi chilometri da qui. Ci si può vedere una volta ogni tanto, magari a fine settimana, dopo il lavoro. Una cosa ben fatta, te lo assicuro, e poi ognuno a casa sua…». Cammariére? Come cavolo parla? Ah… forse intende garçoniere. Ma che dico? Mi sta invitando nella sua garçoniere?
«…non ti preoccupare. Penso tutto io. Allora, sei d’accordo mio piccolo Angelo Biondo? Quando ci vediamo?». Il mio viso è ormai paonazzo. Per fortuna arriva il cappuccino che interrompe momentaneamente il suo soliloquio. Fulmino con gli occhi chi lo ha portato. Piero capisce di averla fatta grossa a scommettere con Gustavo. Forse non credeva lui sarebbe stato così sfacciato.
«Guarda che non è la prima volta, altre donne hanno accettato e sono rimaste soddisfatte. Peccato che non siano qui a raccontarlo… ». Pure le referenze? Ma questo qui è davvero fumato! Lo fisso dritto negli occhi, per vedere se la pazzia che evidentemente invade il suo cervello, traspare in qualche modo.
«…Vedo che osservi i miei capelli. So che sono particolari, altre me lo hanno detto. Sai perché il mio ciuffo sta sempre così in alto?…». Il ciuffo? Di che parla?
«…è successo quando ero piccolo. Una vacca mi ha leccato in testa e da allora i capelli sono così!»
Basta, questo è troppo. Non mi soffermo a pensare se quella cosa untuosa che gli ricopre la testa è gel o bava di vacca, non mi interessa sapere se le sue doti di amatore sono pari alla sua capacità di fare battute spiritose, non ritengo importante curarmi dell’immagine di fronte al paese. Sto per dirgliene quattro, ma interviene Piero, il barista che la sa lunga.
«Anna, il direttore ha chiamato. C’è molta gente in banca e le chiede di rientrare.»
Così, senza lo spargimento di sangue che avevo in mente di fare, il mio break è finito.

Ora non vado più a fare la mia pausa con i clienti, e il signor Gustavo adesso si ferma solo nelle casse di Giorgio e Sandro.
Piero continua a farmi il solito cappuccino. E in questi giorni penso sia meglio che nessuno osi più parlarmi di angeli della banca.
Fine 4^ puntata.
à continua…


6 commenti:

  1. Coinvolgente ed appassionante... Susanna, sempre bravissima.
    Mary

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    1. grazie Mary. Sempre troppo buona! ^_^

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  2. arriva sempre poi il momento in cui l'angelo si ribella (e rientra)...perchè nessuno può esserlo fino in fondo! Interessante!

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    1. Felice di rientrare e sorprendere. ^_^

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  3. ...in riferimento al tuo commento su http://liberalamente-veronika.blogspot.it/2012/05/blog-post.html ...bhè, non entro in merito alla scelta di tuo fratello, posso solo dirti che quel pensiero, è entrato nella mia testa da piccolissima e a tutt'oggi, vedo quella "soluzione" in risposta non ad una mancanza di energie per lottare, quanto al caos che spesso regna nella mia testa, voci, irrealtà ...e un vero dolore al cervello...come se esplodesse di suo; troppe volte ho pregato che ciò avvenisse davvero. Per il resto, gli psicofarmaci mi aiutano a non sentire le voci, a vivere in questa realtà; solo all'inizio mi pareva tutto ovattato.

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    1. Interessante. Ti rispondo sul tuo blog, okkei? ^_^

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