27 aprile 2011

La mia rinascita

Per chi non vive la condizione di obesità credo risulterà difficile capire,

ma con i miei post cercherò di spiegare al meglio quello che sto vivendo.


Sono entrata in reparto il lunedì 4 aprile 2011, verso le 18,00. Ero frastornata: nell’arco di tre giorni avevo “sistemato” la famiglia (mamma ottantenne compresa!), facendo spese alimentari e cucinando per almeno 15 giorni, stirando le camicie di mio marito per altrettanto tempo (ho voluto prendermi “larga”), avvisando quel paio di parenti che ho… Tutto ciò che ritenevo di poter fare nel mese e mezzo che prevedevo fosse la mia attesa.
Sì, perché la “chiamata” era stata improvvisa: venerdì il chirurgo mi avvisava di “un posto libero” e io non ho saputo (voluto?) dire di no. Ma mancavano ancora due visite fondamentali: l’anestesista e il diabetologo. Entrambi avrebbero potuto stoppare il mio ricovero, ma così non è stato. Sì, è vero. Il diabetologo mi ha trovato la pressione un po’ alta… ero tesa all’inverosimile! Per fortuna non al punto tale di rimandare l’intervento. Quindi, ottenuto anche il suo okkei, mi dirigo in reparto chirurgia.
Mi attente la tanto agognata operazione: una SLEEVE GASTRECTOMY.
Cos'è? mi sono chiesta la prima volte che ne ho sentito parlare.
Si tratta di un'operazione di chirurgia bariatrica, utilizzata per riportare a un peso "normale" le persone che soffrono di obesità patologica. Non è un'alternativa alla dieta e prima di giungere all'operazione, c'è un percorso ben definito e programmato, fatto di diete, controlli medici e psicologici. Solo quando tutto risulta essere compatibile con la scelta di trattare chirurgicamente l'obesità, il medico chirurgo propone il trattamento migliore per il paziente, diverso a secondo dei casi. A me è stato suggerito un intervento di Sleeve Gastrectomy, cioè la resezione di circa tre quarti di stomaco. Una scelta emotivamente non facile, ma a cui sono giunta con tanta motivazione, molta serenità familiare, grande fiducia nello staff medico che mi segue e un pizzico di incoscienza. 
La camera è quasi regale: reparto nuovissimo, tutte stanze da due letti con bagno, predisposizione per TV. Me ne assegnano una di fronte alla sala degli infermieri e io ne sono contenta: nei giorni di ricovero non avrei potuto avere i miei familiari vicino. Non così spesso come avrei voluto. Il mio letto è addirittura elettrico: si alza e si abbassa solo premendo un tasto. Tutto è perfetto!
Passa il chirurgo, prima di sera.
«Tutto bene?» Chiede.
«Sì», dico io, ma mi rendo conto che la mia è una risposta automatica. In questo momento potrei essere infilzata da mille spilloni e non me ne accorgerei. Sento il peso di una lunga notte davanti a me e un’attesa non meglio quantificabile domattina in quanto sarò la seconda in lista. Quasi a leggermi nel pensiero, il chirurgo mi comunica che, contrariamente a quanto indicatomi la mattina, sarò io la prima e quindi alle otto mi attenderà in “sala”. E, per confortarmi nella notte, mi prescrive delle gocce, sempre che io lo desideri.
Non ho mai preso nulla per dormire, ma stavolta farò un’eccezione.

La mattina arriva presto. Le infermiere già mi hanno portato il sapone sterile per farmi la doccia, il telo con cui asciugarmi e la camiciola che dovrò indossare.
«Può iniziare subito, signora, poi si stenda a letto e aspetti: tra poco la porteremo in sala».
Non mi sono accorta del tempo che passava, ho eseguito solo ciò che mi veniva detto. Senza nessuna ansia. Merito delle gocce miracolose o della cortese disponibilità delle infermiere? Non lo so, ma in un lampo, comodamente distesa nel mio letto bionico, venivo trasportata lungo i corridoi fino alla sala operatoria.
Lì eravamo in tre persone: una ragazza e un signore anziano che dovevano fare altri interventi.
Sento il mio letto muoversi: tocca a me! Passiamo nella pre-sala operatoria dove chiedono conferma del mio nome, età e tipologia dell’operazione. Alle mie risposte affermative, fanno una bella croce azzurra sopra un foglio appeso, in corrispondenza del mio nome, e inizia la procedura.
Mi sistemano sul letto operatorio, piazzano le prolunghe per le braccia, cercano la vena adatta per le flebo, nel frattempo il clima attorno a me è molto disteso: chiacchierano, scherzano tra loro, si prendono un po’ in giro talvolta rivolgendosi anche a me. Stranamente non ho paura: mi sento serena.
Arriva l’anestesista. È giovane. E pure carino! Questo pensiero mi strappa un sorriso. Vedo che mi inetta una sostanza avvisandomi che mi sarei sentita come un po’ ubriaca.
Rimango perplessa: io sono astemia, quindi come ci si sente da ubriachi? Non faccio a tempo a chiederlo che…
Sento il mio nome e qualcuno che mi scuote.
«Susanna… Susanna… ci sei? Sveglia, è tutto finito!».
Ma come? Di già? Mi spostano dal letto operatorio al mio, e il movimento mi crea un po’ di nausea. Qualche conato, ma passa subito.
Il tragitto verso la mia camera è breve. Lì mi chiedono nuovamente come va e, verificato lo scarso livello di ossigeno al sangue, mi mettono la maschera ad ossigeno.
Non ho dolori. Ho solo voglia di dormire. Non c’è nessuno con me: mia figlia e mio marito non arriveranno prima delle due, ma non sono preoccupata: davanti alla mia porta c’è la sala infermieri e qualcuno passa da me ogni dieci minuti!
Io dormo. È fatta!

Nel primo pomeriggio arrivano mia figlia e mio marito. Sento la loro presenza, li guardo, stringo la loro mano e cerco di sorridere per rassicurarli. Non credo di riuscire ad essere molto convincente, ma ancora una volta una delle infermiere viene in mio aiuto: spiega loro che è andato tutto bene e cosa sono tutti quei tubi che escono dal mio corpo: c’è una flebo per tenermi idratata, c’è l’anestetico a infusione costante per il dolore, c’è un sondino naso-gastrico che fuoriesce in una sacca di raccolta del liquido gastrico e un drenaggio a metà stomaco per spurgare la ferita. Il boccaglio mi porta ossigeno per farmi respirare meglio e aiutare la cicatrizzazione. Tutto da manuale!
Io provo a scostare il boccaglio dell’ossigeno per fare due parole, ma faccio fatica. Non so perché, ma ogni tentativo mi porta nausea e temo di avere altri sforzi di vomito.
Quindi mi limito a poche, essenziali parole di rassicurazione e mando a casa marito e figlia: non ho bisogno di assistenza, mi sento solo stanca e il sonno mi aiuta a stare bene presto.
Anche il chirurgo è contento del suo lavoro. Tutto è andato come doveva.
Arriva la notte e mio marito si prepara ad assistermi: hanno detto che la prima sera è la più dura e lui, nonostante i mille impegni di lavoro, si prepara a passarla al mio fianco. Mia figlia Valentina l’indomani deve tornare all’università a Milano e non può fare altrimenti, mentre il “piccolo” Lorenzo ha la sua attività agonistico-sportiva che non può trascurare.
Ma io sto bene. Davvero. Non ho dolori, solo il fastidio del boccaglio di aria e un po’ di senso di nausea, presto alleviato da una mini-flebo ad hoc.
Saluto quindi mio marito. A me basta solo riposare e se serve l’assistenza, ho le infermiere più che attente e solerti.

La mattina arriva. Ho riposato a momenti alterni, facendo pisolini di forse un’ora alternati a cinque-dieci minuti di veglia. Non ho dolori particolari, a parte qualche leggera fitta quando cerco di spostarmi da un lato. Indosso ancora la camiciola ospedaliera aperta sul retro, ma non mi infastidisce.
Passano le infermiere a sistemarmi, prima del giro medici: prendono dell’acqua calda e mi mettono un catino sotto il sedere.
«La laviamo un po’, così si sentirà meglio», mi comunicano, mentre con movimenti sapienti fanno scorrere l’acqua sulle mie parti intime appena cosparse di detergente e passano una spugna umida sul mio corpo. Poi, tolgono la camiciola e mi infilano la maglia del pigiama.
«Appena le tolgono il catetere, le mettiamo il resto!».
Catetere? Non mi ero accorta di avere un catetere! Inizio un po’ ad agitarmi: non ho dolori, nessun disagio, ho solo sonno. Tanto sonno. È quello che dichiaro al passaggio dei medici.
«Tranquilla: è normale. Deve smaltire l’anestesia.».
Vogliono controllare le ferite, ma i cerotti sono perfetti, senza nessun segno di sangue, quindi la medicazione si farà domani.
Il resto della giornata passa nel dormi-veglia. Ogni tanto aziono il tasto che mi alza o abbassa lo schienale del letto, quando la flebo sta finendo, chiamo le infermiere. Faccio fatica perfino a prendere il cellulare, ma mi sforzo e invio qualche breve messaggio: è tutto a posto, sto bene. So che ci sono persone in ansia per me, nonostante non possano essermi vicine.
La sera inizio a stare decisamente meglio: il sonno non è più così incombente, ma i pisolini mi accompagnano fino alla mattina seguente.
Stavolta non vedo l’ora che la luce entri nella mia stanza. Sono stanca del letto e non vedo l’ora di potermi alzare. La schiena inizia a farmi male: non sono abituata a stare per così tanto tempo a letto.
Probabilmente oggi mi toglieranno il catetere quindi avrò più mobilità: ieri non era stato possibile, perché pareva ci fossero problemi delle urine, ma analisi hanno scongiurato qualsiasi ipotesi.
Ho un po’ paura: farà male? In fondo, quel tubicino entra proprio “lì”, una parte molto sensibile del mio corpo, e…
«Fatto. Adesso le prendo le mutande e i pantaloni del pigiama, poi la aiuto ad alzarsi…».
Caspita: devo essere proprio una persona anomala. Non ho sentito nulla!
Seduta in poltrona mi sento una regina: basta boccaglio di ossigeno, niente più catetere. Appena me la sento, posso pure fare due passi! L’unico “problema” sono le mie vene, che così sottili si sono ostruite, quindi è necessario un nuovo accesso per le flebo. Rigorosamente sulle mani, unico punto dove si “sente” la vena.
Appena finite le varie sistemazioni, ho deciso: adesso mi alzo e passeggio!
Tenendo l’asta delle flebo con una mano, e le sacche di drenaggio e liquido gastrico nella tasca della vestaglia, mi alzo sulle mie gambe. È davvero bello sentirmi in piedi e muovere qualche passo. Nel corridoio, passano veloci infermieri e medici e tutti mi sorridono.
«Brava, signora! Così mi piace. Continui che vedrà starà sempre meglio!», dice il mio chirurgo. Io sorrido e sono felice: mi sento una bimba che muove i suoi primi passi. In fondo è proprio così.
La sera arriva, ma il sonno no. La schiena mi fa davvero male e non ho pace. Sto un po’ sulla poltroncina in camera, un po’ nel letto, ma i dolori non mi lasciano dormire.
«Signora, non deve soffrire per niente! Adesso le faccio una flebo, così starà meglio!».
Non volevo disturbare, ma i miei angeli custodi si sono accorti ugualmente del mio disagio e, non appena fatto l’antidolorifico (per la schiena!) Morfeo mi abbracciata tenendomi stretto fino mattina.

È giovedì ed è il terzo giorno dall’operazione. Sono sempre sola in camera e la noia mi attanaglia. Qualche passeggiata, la lettura di un libro, un po’ di parole crociate non sono sufficienti a farmi trascorrere la giornata. Per fortuna mio marito mi porta la TV. Meglio che niente.
Oggi mi hanno medicato le ferite (sono perfette, ha detto il medico) ma fino a domani non si può togliere il sondino naso-gastrico. Me lo comunicano sempre con un tono dispiaciuto, tentando di darmi forza e conforto, ma a dire il vero a me non dà poi così fastidio questo “coso”. L’unico disagio è che fatico a parlare, ma visto che tanto non ho visite, stare in silenzio non mi pesa. Con gli amici, mi tengo in contatto con SMS, quindi nessun problema. Pensavo.
Il cellulare suona e mi coglie alla sprovvista. Appena vedo chi è, capisco che non posso esimermi dal rispondere: è mio fratello e chiama dal Brasile. Raccolgo le mie forze e rispondo, limitando al massimo le parole.
«Max, stai tranquillo. Sto bene! Ma faccio fatica a parlare. Ci sentiamo in un altro momento, okkei?».
Lui risponde che va bene, mi augura un “in bocca al lupo” e chiude la comunicazione. Forse sarebbe stato meglio che io non avessi risposto: la mia voce flebile e strozzata dava tutt’altra impressione rispetto alle rassicurazioni pronunciate. Ma lui avrebbe capito.
In quel momento ho iniziato a odiare il sondino. Quando mi toglieranno ‘sto coso? Mi disturba in gola e la mia povera narice inizia a farmi male.
Meglio fare un’altra passeggiata. Stavolta percorro tutto il corridoio.
È così che scorgo il mio “compagno di sleeve”. È un ragazzo giovane, molto alto e grosso. Mi fa strano vederlo sempre a letto, con a fianco la mamma. Sento le infermiere esortarlo ad alzarsi e a dire alla mamma che ormai può lasciarlo da solo. Ma così non succede. Lui rimane lì disteso, la mamma al suo fianco nella penombra, nessun rumore di televisione o radio, nessun libro. Niente di niente. Forse la sua sleeve non è andata bene?
Vorrei avvicinarlo, dare un po’ di conforto, ma sento una barriera ostile attorno a lui che mi impedisce ogni contatto, e torno nella mia stanza.
È venerdì, il giorno tanto atteso. Oggi è previsto l’esame del transito gastrico, per verificare che il mio piccolo stomachino non abbia perdite. Se tutto va bene, toglieranno il sondino.
Staccata la flebo, raccolgo le mie altre appendici e salgo su una sedia a rotelle. L’infermiera mi accompagna in sala raggi dove c’è già il ragazzo. Lui è stato trasportato con il letto e io non ho coraggio di pensare al perché.
Quando tocca il mio turno, mi posizionano sulla macchina a raggi X e mi danno un bicchiere in mano. L’odore è disgustoso. Sa di anice! Non oso pensare al gusto…
«Resti immobile e quando glielo dico ne beva un sorso», ordina il radiologo. Al suo fianco vedo il mio chirurgo che osserva lo schermo e mi sorride. Io eseguo come una brava scolaretta, cercando di non pensare a quella cosa disgustosa che devo ingoiare, ma soprattutto mi impongo di non vomitarla! Ancora un sorso, due, tre… Mi ripeto: ancora poco, e finisce.
La voce del chirurgo è la cosa più bella che sento.
«Tutto bene, Susanna! Adesso torna su e le tolgono il sondino.».
Chiedo un po’ d’acqua per sciacquarmi la bocca da quella melassa gusto anice e, sollevata da ogni peso, me ne torno in camera. Ma farà male togliere il sondino?
Ancora una volta, la procedura mi stupisce. Sento solo qualcosa scivolare fuori, e prima di accorgermi l’infermiera ha finito. Solo il mio naso brucia un po’. Si è formata una piccola ulcera sulla narice, proprio in corrispondenza della punta del naso. Ma non è poi così grave.

Il sabato arriva velocemente: senza sondino ho potuto fare liberamente qualche telefonata. Cammino sempre più agevolmente e cerco sempre di avvicinarmi alla stanza del ragazzo, nella speranza di vederlo un po’ in piedi. Niente da fare: lui sempre disteso a letto, ma anche lui senza sondino. La sua mamma sempre vicino, e stavolta c’era anche il papà. Entrambi obesi. Immagino che questo ragazzo possa avere qualche altro problema, oltre a quello del peso, ma non riesco a capire.
Non ho voluto indagare oltre: se qualcuno della famiglia avesse voluto fare due chiacchiere, io c’ero. In caso contrario, non pensavo fosse giusto impicciarmi.
Il sabato è anche il giorno in cui ho tolto definitivamente le flebo e quindi inizio a bere un po’ di the: semplicemente paradisiaco!
Non avrei mai immaginato che un semplice sorso di the sarebbe stato meglio del nettare degli dei!
Ormai il mio passo è veloce e l’unico ingombro è il drenaggio.
Le giornate passano lente, cadenzate dal giro visite dei medici e dalle mie passeggiate alternate a letture o qualche film in TV.
La schiena sta decisamente meglio, aiutata dal fatto che cerco di passeggiare il più possibile.
Non ho mai avuto fame, né dolori. La sleeve è decisamente andata bene.

Il giorno dopo ho tolto anche il drenaggio (in un lampo, senza dolore anche stavolta) e inizio a mangiare un po’ di semolino a pranzo e minestrina alla sera. Tutto perfetto!
La sera, con mio marito, passeggio fino alla sala d’attesa, quella appena fuori il reparto. Lui ha bisogno di prendere un caffè e lì ci sono varie machinette distributrici.
Lo accompagno volentieri, ma quando vedo a fianco alla macchinetta del caffè anche quella di merendine e patatine, per la prima volta concretizzo una cosa molto importante: la fame fisica era sparita, ma quella “di testa” no.
Mi allontano subito di un passo, per togliere dalla mia vista tutte quelle deliziose schifezze, ma sorrido.
Sì, stavolta ce la farò.
Sono tornata a casa lunedì 11 aprile. Stanca ma felice.
La stanchezza mi accompagna spesso in questi giorni, ma mi prendo il lusso di fare le cose con calma: d’ora in poi, la persona più importante per me sarò io!



7 commenti:

  1. ho "divorato" quanto hai scritto. Bentornata Susanna, te lo dico col cuore e con gli occhi umidicci...

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  2. Ciao Susanna, è una delizia leggerti felice... Io comunque ti ho "sentita" anche a Caserta, ciao, tanti sorrisi e felicità...

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  3. @ Bruno: grazie! Per quanto riguarda il "divorare", sorrido al pensiero: sarà solo con quello che potrò ancora divorare! ^_^
    Un abbraccio

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  4. @ Sergio: felice. E' proprio così che mi sento. Anche se mi spiace aver dovuto alleggerire gli impegni "editoriali". Un abbraccio!

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  5. @ Carolina: accetto con un sorriso il tuo augurio. Grazie!

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  6. Tra qualche mese sarà sottoposta anch'io allo stesso intervento e spero proprio il tutto vada come lo è stato per te, Susanna. Ciao
    Elisabetta

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